Lavoro, passione, effort e saggezza professionale
Negli ultimi giorni ho riflettuto su quanto sia sottile, oggi, la linea tra “opportunità” e lavoro non retribuito.
Soprattutto nel mondo digitale, dove parole come visione, crescita, progetto e spirito imprenditoriale vengono spesso usate per raccontare modelli che, nella pratica, scaricano il rischio economico su chi lavora.
Non sempre in modo esplicito. A volte in modo elegante. A volte con entusiasmo. Ma il risultato non cambia.
Non innamorarsi delle idee
Qualche tempo fa ho seguito un corso di project management su carriere.it.
Non perché volessi diventare project manager, ma per acquisire competenze utili a gestire meglio i miei progetti professionali.
Una cosa, più di tutte, mi è rimasta impressa: non bisogna innamorarsi delle idee.
Un progetto va valutato per quello che produce, non per l’euforia che genera. E bisogna sapersi fermare quando l’effort iniziale non è bilanciato da risultati reali, misurabili.
Questa è una lezione che vale per i grandi progetti aziendali, ma anche — e forse soprattutto — per il lavoro autonomo.
Le parole che accendono campanelli d’allarme
Da allora guardo con molta attenzione alle proposte di lavoro che fanno leva su parole come “sfidante”, “stimolante”, “visionario”.
In un annuncio ho letto persino: “cerchiamo persone affamate”, intendendo persone affamate di risultati.
Peccato che poi le persone diventassero davvero affamate, perché con i compensi proposti facevano fatica a mettere insieme il pranzo con la cena.
Questa retorica dell’impegno a tutti i costi è un campanello d’allarme.
Serve a caricarti emotivamente quando, nella sostanza, mancano basi economiche solide.
Il lavoro va pagato. Punto.
È anche per questo che apprezzo molto la posizione che una collega che stimo sta prendendo contro i lavori sottopagati nel settore del social media management.
Una gestione social va pagata.
E va pagata bene.
Per quanto mi riguarda, se non ci sono le condizioni economiche, faccio altro. Anche lavori che magari mi appassionano meno, ma in cui il corrispettivo economico è dignitoso.
Perché la passione non può diventare una giustificazione per svalutare il lavoro.
Il diagramma di Gantt non è solo per i grandi progetti
Ed è qui che torno al diagramma di Gantt, che a mio parere si applica perfettamente anche ai progetti autonomi.
Non serve gestire budget da centinaia di migliaia di euro per ragionare in questi termini.
Nel diagramma di Gantt:
- sull’asse orizzontale c’è il tempo
- sulle barre ci sono le attività con il loro effort: giorni/uomo, costi, risorse
Spesso a questo schema si affianca una curva dei costi cumulati e una dei benefici attesi.
L’andamento tipico di un progetto è abbastanza chiaro.
All’inizio l’effort è alto e i risultati economici sono nulli o quasi. È normale: è la fase di analisi, setup, produzione e test.
Segue una fase di ramp-up: l’effort resta elevato, iniziano i primi output, ma il progetto è ancora in perdita.
Poi c’è il break-even, il punto in cui i risultati iniziano a compensare l’investimento e il progetto smette di “bruciare risorse”.
Solo dopo si arriva al valore netto positivo, quando il progetto giustifica l’investimento e può essere mantenuto o scalato.
Quando non è un progetto, ma una scommessa
Nel project management serio, un progetto senza un break-even definito è un progetto mal progettato.
Se:
- l’effort iniziale è alto
- il ritorno è indefinito o aleatorio
- non esistono una data, una metrica o una soglia chiara
allora non stiamo parlando di un progetto.
Stiamo parlando di una scommessa a carico di una sola parte.
Ed è esattamente ciò che accade in molte presunte “opportunità” lavorative.
La saggezza conta più dell’entusiasmo
La passione non paga le bollette e non dovrebbe mai essere usata come leva per svalutare il lavoro.
Nel lavoro, anche in quello autonomo, non serve solo entusiasmo.
Serve saggezza.
E allora mi chiedo — e ti chiedo:
non è che con la famosa frase “fai un lavoro che ti piace e non lavorerai un giorno”…
ci stanno fregando tutti?