Donne e lavoro: quando i modelli patriarcali influenzano anche noi

Gli ultimi fatti di cronaca hanno riportato sotto i riflettori un tema che sembra non volerci abbandonare: la società italiana resta fortemente ancorata a modelli patriarcali. La disparità di potere nelle relazioni e il comportamento di alcuni uomini che ignorano le basi del consenso sono emersi con episodi come quelli del gruppo Facebook “Mia moglie” o del sito “phica.eu”.

Questi casi, lo sappiamo bene, non sono isolati. Sono parte di un sistema. Chi come me è nata negli anni ’70 vede con amarezza una sorta di inversione di tendenza: conquiste che pensavamo acquisite in tema di parità di genere sembrano erodersi davanti a un machismo sempre più aggressivo, che si manifesta tanto nella vita reale quanto sui social.

Ma siamo sicuri che la cosiddetta “mascolinità tossica” riguardi solo gli uomini?

Io per prima mi sono interrogata. Ho scoperto che certi modelli maschili condizionano anche il mio modo di essere donna. Quando il mio agire resta legato alla cura – famiglia, affetti, relazioni – tutto fila liscio. Ma se entro nel mondo del lavoro che mi sono scelta, con i tanti progetti che porto avanti, ecco che dentro di me risuona la necessità di mostrarmi forte, vorace, determinata. Qualità che in realtà non appartengono a un genere, ma che nella mia percezione portano un’impronta maschile.

Non a caso mi ritrovo a usare espressioni come: “bisogna tirare fuori gli attributi”. È come se solo un richiamo alla fisicità maschile potesse validare la mia forza di donna attiva e volitiva.

Così mi scopro vittima due volte del patriarcato: come donna, e come persona che agisce ancora sotto il peso dei suoi modelli.


Quando la cultura alimenta i modelli tossici

Il punto è che questi modelli non vivono solo dentro di noi. Sono continuamente alimentati dall’ambiente culturale in cui siamo immersi. I media, la politica, la pubblicità e i social network continuano a proporre rappresentazioni che rafforzano la logica patriarcale:

  • Nei talk show si tende ancora a contrapporre la donna che “cura” e l’uomo che “decide”.
  • La pubblicità usa stereotipi antichi: il corpo femminile come oggetto di desiderio, l’uomo come garante di potere e successo.
  • Nei social, il linguaggio di odio e sessismo trova terreno fertile, legittimando un machismo da branco.

Il patriarcato non si regge solo sul comportamento di alcuni uomini abusanti: sopravvive perché la cultura popolare lo normalizza ogni giorno, trasformandolo in sfondo invisibile della nostra quotidianità.


La necessità di nuovi immaginari

Se vogliamo davvero liberarci dalla mascolinità tossica, serve un lavoro collettivo. Non basta riconoscere i condizionamenti interiorizzati: dobbiamo pretendere e costruire nuove narrazioni.

Abbiamo bisogno di modelli di forza, successo e leadership che non siano declinati al maschile per definizione. Abbiamo bisogno di spazi mediatici e culturali in cui la cura non sia relegata al femminile e in cui la determinazione non debba sempre passare attraverso simboli virili.

Perché la vera emancipazione passa anche dalle parole, dalle immagini, dai simboli che scegliamo di raccontare.


Un cambiamento che parte da tutti noi

La domanda allora non è più soltanto “come posso liberarmi dai condizionamenti che porto dentro?”, ma anche “che cosa posso fare per cambiare l’immaginario collettivo che mi circonda?”.

Ognuno di noi, nel proprio piccolo, può contribuire: scegliendo come parlare, cosa condividere, quali modelli promuovere. Non è un percorso semplice né breve, ma è l’unico che può portarci a una società in cui la forza non abbia genere il rispetto non sia un optional.

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